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A DOMANDA RISPONDE

A DOMANDA RISPONDE

Le due domande che mi capita di ascoltare più spesso a proposito della mia professione sono queste:

– Ma dopo le fotografie i cibi fotografati li mangiate?

– Ma è vero che il cibo che fotografate è tutto finto?

La risposta, é lampante non puó essere SI ad entrambe, pena una cattiva digestione, e di fatti non puó essere che articolata in relazione all’intento che le immagini hanno.

Ma per non fare di questo post un noioso trattato non parleró delle immagini di prodotti alimentari in commercio, che possono essere pubblicizzati su qualsiasi media o sul posto vendita, o ritratti sulle confezioni. In questo campo l’intervento di resa del prodotto puó contenere artifici, a volte anche importanti, ed in genere il cibo preparato non viene consumato, ma é anche vero che con i mezzi di ritocco fotografico a disposizione si preferisce, in fotografia, sempre piú partire dal vero.

Nella fotografia di cibo editoriale invece, per riviste in edicola, libri di cucina, blog e web magazine on line, rappresentiamo preparazioni appetitose ed invitanti la cui immagine di norma si riferisce a ricette presentate schematicamente in maniera che sia facile realizzarle a casa, oppure a reportage presso ristoranti di un certo interesse.

Quasi mai gli interventi vanno a detrimento della edibilitá del cibo che perció si puó consumare.

A questo proposito quella che sto per fare é una confessione che si riferisce alla foto del post come ho annunciato nella intervista a Live Social di Radio Lombardia. Ho dovuto andarmi a cercare la fotografia nell’archivio della pellicole piane perché si tratta di uno scatto di qualche tempo fa, e con un pó di fortuna, la ho ritrovata. Si tratta infatti di una eccezione all regola, tra le immagini che trovi sulle riviste.

Il pollo della foto potrebbe essere un cappone per un occasione importante, ed andava ad aprire un servizio sul tema della cottura arrosto. L’idea della fotografia, in campo editoriale, é demandata nella stragrande maggioranza dei casi al fotografo, per cui decidetti di ambientare la preparazione nella fase di cottura in un forno costruito apposta per i nostri scopi e che avremmo potuto facilmente illuminare anche internamente. Ottenemmo in prestito il portello di ghisa da un negozio di camini che fu ringraziato sulla rivista ( La Buona Cucina di Pratica ) e costruimmo un semplice set con quinte parallele come in un teatrino.

La preparazione del pollo mi preoccupava perché in cottura i grassi della pelle la fanno deformare, brunire a volte eccessivamente e spesso rompere, e devo ricordare che la foto appartiene all’era analogica, cioé delle fotografie in pellicola, per cui il risultato non sarebbe stato manipolato o aggiustato al computer.

Ma la food stylist sapeva come fare.

La food stylist od home economist di quel servizio è una persona di grande esperienza, con la quale collaboro ancor oggi, ma al tempo del pollo eravamo entrambi pressoché esordienti.

Il suo mestiere é preparare i cibi per le riprese fotografiche e video ed, in genere, per le riviste non capita di fingere granché, ma di avere la attenzione al dettaglio e la cura di come la ricetta apparirá, piuttosto che al sapore. Attenzione quindi: sale e zucchero potrebbero mancare!

La tecnica che usó mi lasció di sasso.

Ho chiesto il permesso di svelarti questo segreto perché nel nostro mestiere le soluzioni sono spesso personali e frutto di un lavoro che richiede studio, prove ed in definitiva il giusto rispetto. Ma va detto che dopo quella occasione di tanti anni fa non ho più visto usare questo trucco mentre ad una ricerca online non è difficile trovarne altri ( anche se un po’ datati )

Per prima cosa fece sbollentare il pollo in maniera che la pelle assumesse un aspetto cotto e con qualche spillo invisibile la tiró per bene, che fosse ben tesa, dopodiché tiró fuori una boccetta ed un pennello e magicamente dipinse il pollo bollito che assunse il colore che vedi, cioé di un perfetto pollo arrosto. Il prodotto che usó era un disinfettante colorato di altri tempi inventato nel 1908 da Antonio Grossich per sterilizzare ferite: tintura di iodio. L’operazione fu rifinita con una abbondante ripassata di olio, sempre a pennello, a dare lucentezza, che portó ad un eccellente risultato.

Ovviamente in questo specifico caso era tutto finto e la carne non fu piú commestibile.